Un ombrellone viola, due sedie sdraio e il rumore del mare. In riva, uno psicologo accoglie bagnanti per brevi colloqui informativi. L’iniziativa dello “psicologo sotto l’ombrellone”, ideata dal foggiano Alessandro Iacubino, in pochi giorni ha scatenato un’ondata di reazioni: da un lato l’Ordine regionale degli psicologi, preoccupato per il “contesto improvvisato” e la “promozione di una psicologia pop”; dall’altro, chi vi ha visto un gesto di rottura, un tentativo di avvicinare la psicologia alla vita reale, là dove le persone vivono, si rilassano e forse abbassano le difese, rispetto ad un percorso di cura spesso stigmatizzato.
Il punto è che questa vicenda va ben oltre il singolo episodio. Ci costringe a una domanda che non riguarda solo la psicologia: siamo davvero pronti ad accettare nuove modalità di offrire salute, benessere e cura, o restiamo prigionieri di schemi rigidi e datati?

Professioni sanitarie: tra etica e autoreferenzialità
In Italia, le professioni intellettuali — e quelle sanitarie in particolare — sono circondate da una doppia barriera: simbolica e procedurale. Gli Ordini hanno il compito di vigilare sulla qualità e sull’etica, ma troppo spesso questo si traduce in un irrigidimento sulle forme piuttosto che una proiezione sui risultati.Un irrigidimento che scoraggia l’innovazione e ci condanna ad obbedire a regole non più al passo coi tempi o a replicare modelli altrui invece di crearne di nuovi.
Dal caso singolo alla telemedicina
Prendiamo la telemedicina: tutti ne parlano da un pezzo, pochi la praticano davvero. E non è solo una questione di tecnologia: è una questione di fiducia, di standard chiari, e di superamento del pregiudizio secondo cui l’unico luogo appropriato per curare sia un ambulatorio fisico.
Il vero nodo: l’appropriatezza
Il nostro sistema sanitario soffre di mali noti e cronici:
- Alto tasso di inappropriatezza delle prestazioni e prescrizioni, raramente sanzionate dagli Ordini.
- Poca attenzione agli esiti reali degli interventi, soprattutto in ambito specialistico.
- Screening carenti e poco mirati.
- Scarsa educazione sanitaria nella popolazione.
In questo contesto, concentrare le energie sul “luogo appropriato” rischia di essere una battaglia di facciata. La domanda giusta non è dove si fa salute, ma se questa iniziativa migliora l’accesso, la qualità e gli esiti di salute per la persona.
Salute nella comunità: un valore da coltivare
Portare la salute nei luoghi in cui la gente vive non è un’eresia: è un’opportunità.
In passato, progetti come test rapidi per l’HIV fuori dalle discoteche, screening del varicocele nelle scuole, protocolli di prevenzione nei centri sportivi sono state iniziative spesso criticate alla vigilia, ma che hanno intercettato chi, altrimenti, non avrebbe mai varcato la porta di un ambulatorio, favorendo diagnosi precoci. Il tutto a beneficio della salute dei cittadini e del bilancio della sanità pubblica.
Innovare non significa improvvisare
In conclusione, difendere etica, qualità degli standard e professionalità non significa blindarsi nel passato, per il timore di sbagliare. Significa stabilire regole chiare, trasparenti e aggiornate, per garantire qualità ovunque — dalla poltrona in ambulatorio alla sedia sotto l’ombrellone.
L’innovazione non va confusa con l’anarchia, ma nemmeno soffocata dalla burocrazia e dal conservatorismo.Se continueremo a giudicare una proposta più per il contenitore che per il contenuto, resteremo fermi mentre il mondo — e la salute (come ahimè la malattia) delle persone — continueranno ad andare avanti.
