Pronto soccorso sovraffollati, tempi d’attesa biblici, barelle nei corridoi: un girone dantesco in cui ogni Italiano non vorrebbe mai imbattersi in vita sua.
Se il dibattito pubblico tende a percepire il pronto soccorso come “il problema”, in realtà non è la malattia del sistema sanitario, ma il suo termometro.
Quando la pressione sugli accessi esplode, quasi sempre significa che qualcosa – a monte o a valle – non sta funzionando.
Sovraffollamento fenomeno sistemico
Non solo un fenomeno italiano, l’ overcrowding (sovraffollamento) in Pronto Soccorso è ampiamente documentato in letteratura internazionale. Studi scientifici hanno evidenziato come si tratti di un problema sistemico, cronico e multifattoriale, con ricadute sul funzionamento del sistema sanitario e sulla salute globale.
«Continuare a trattare il Pronto Soccorso come un reparto isolato è un errore strategico», commenta Flavio Ronzi, CEO di EHM Srl. «Il PS è il punto di massima visibilità del sistema. Se è in affanno, significa che il modello organizzativo complessivo ha bisogno di essere ripensato».
Cosa non funziona “prima” del Pronto Soccorso
Al di là di picchi periodici (ondate calore, picchi influenzali, ecc), il PS è il punto di arrivo di una catena organizzativa complessa, che mette in luce un problema strutturale: una inadeguatezza territoriale della presa in carico, che spinge pazienti non urgenti al PS.
In Italia oltre 1 accesso su 5 al PS (22-24% ) sono inappropriati e gestibili altrove. L’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle cronicità stanno modificando radicalmente il profilo di domanda sanitaria: più pazienti complessi, più fragilità, maggiore bisogno di integrazione sociosanitaria.
A complicare lo scenario, l’educazione sanitaria insufficiente della popolazione che spinge il cittadino a identificare nel PS la porta d’ingresso privilegiata.
La carenza di personale medico-sanitario è un’altra concausa. Secondo l’indagine della Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza (SIMEU) da quest’anno 1 PS su 4 avrà meno del 50% dell’organico previsto dagli standard ministeriali.
Il sovraffollamento si associa all’aumento dei tempi di attesa, ritardi diagnostico-terapeutici, incremento della mortalità a breve termine e peggioramento dell’esperienza del paziente.
Cosa non funziona “dopo” l’urgenza
La letteratura internazionale identifica nel “boarding” prolungato (stazionamento dei pazienti già destinati al ricovero in reparto) uno dei principali fattori di collasso operativo del PS: il paziente resta fisicamente in emergenza pur essendo già destinato al ricovero, bloccando flussi e risorse per la mancanza di letti nei reparti.
A complicare la faccenda, una gestione poco reattiva del “bed management”, dimissioni complesse soprattutto per pazienti anziani e non autosufficienti e carenze di strutture intermedie e di lungodegenze.
Una questione di governance, non solo di risorse
Se vogliamo davvero ridurre il sovraffollamento in PS, occorre smettere di guardarlo come un epicentro isolato e iniziare a governare ciò che accade prima dell’accesso, durante il percorso e dopo la dimissione.
Il sovraffollamento non è un incidente episodico ma un segnale sistemico. Ridurre la pressione sul Pronto Soccorso significa:
- governare la domanda prima dell’accesso
- integrare ospedale e territorio
- pianificare in modo predittivo la gestione dei posti letto
- strutturare percorsi di dimissione protetta
- utilizzare dati e indicatori in ottica di Health Management
«Ridurre la pressione sul Pronto Soccorso – conclude Ronzi – significa agire prima e dopo l’accesso, non solo durante. Servono governance dei flussi, integrazione dei dati e una comunicazione efficace tra professionisti, strutture e territori».
Integrazione, pianificazione, visione e gestione strategica dei processi – anche in questo caso – sono “la terapia” che cura non solo il PS ma l’intero sistema sanitario.
